VENT'ANNI DI SICILIA

RACCONTI DA UN BORGO

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Vent’anni di Sicilia

Come misurare vent’anni? Dai libri accumulati nella libreria del cuore, dai metri quadri di una piazza liberati dalle macchine e dal cemento, dalle cose buone e belle di cui amiamo circondarci. Questa è la Sicilia di Liccamuciula.

Eccomi, vent’anni fa: sto per aprire le porte di un palazzo abbandonato sulla piazza del mio paese, mi inventerò un lavoro, perché qui lavoro non ce n’è.
Sono una ragazza siciliana con un vestito rosso, senza un soldo. Dunque sono nelle condizioni peggiori per fare quasi tutto: donna, meridionale e senza niente tranne i miei libri.

Eccola, vent’anni fa, la piazza che oggi tanti ammirano e raggiungono, per una pausa di bellezza o per celebrare le nozze, per girare un film o solo per dire: “Anch’io ci sono stato”.
Era semplicemente un parcheggio, coperto di asfalto sbreccato ed erbacce; l’intensa bellezza della sua storia di pescatori (tra cui i miei avi) offuscata dal disuso e dall’abuso.
In questi vent’anni, ho smesso di indossare minigonne e ho tolto il rosso dal mio guardaroba: in compenso, ho cercato di dare a questa meravigliosa fimmina spesso umiliata che è la mia terra, la consapevolezza, la gentilezza, l’aiuto di cui aveva bisogno, per smettere di essere un relitto e tornare ad avere un senso per la comunità, qui e ora.

Non sono stata né brava né particolarmente capace, non ho nemmeno vero talento per il marketing e l’economia. L’11 giugno di vent’anni fa (dopo una deludente esperienza fuori dalla Sicilia), ho aperto un’aziendina, con idee confuse, zero soldi e nessuna competenza.
Non sapevo cosa sarebbe stato di me, e nonostante i miei studi e la mia voglia di fare, non vedevo il mio posto nel mondo.
Avevo la testa piena di libri e un intenso senso di sofferenza ed umiliazione, nel vedere il mio paese ridotto così, e un po’ anche la mia vita. In più, fin da bambina soffrivo di ansia e depressione, il cibo era per me un calmante facilmente a portata di mano.

Ciò che è accaduto, è che ho curato me stessa curando la mia terra. E così, ci siamo cambiate il destino a vicenda.
La mia testa era piena di libri, ma non nel caos di parole confuse. Ci lavoravano dentro gli alti ideali sfoderati nella mia vita già dagli anni del liceo: idee sulla nobiltà umana, le connessioni tra uomini e il significato della cittadinanza
Tutto ciò ha corroborato ogni mia azione come impresa e ogni mia parola pubblica in questo luogo.
E così tutto si è trasformato, il cibo è diventato, da “droga” calmante, piacere, responsabilità e amore.

Ho aperto agli altri la mia libreria curativa, ho recuperato mobili e oggetti per creare un’atmosfera di gioia e poesia. Ho creato un marchio, Liccamuciula, che viaggia (e fa viaggiare) per la Sicilia. Con Liccamuciula ho scoperto storie, passioni e talenti, lo stesso viaggio che facciamo anche in cucina ogni giorno.
In questi anni, non sono rimasta chiusa nel mio retrobottega: ho posto questioni a chi governa i territori, argomentato visioni del luogo, lavorato a reti di impresa e sinergie.
Penso che ogni imprenditore debba occuparsi dei luoghi in cui opera, delle condizioni di vita e di lavoro, della cultura e dell’ambiente.
Anche se esporsi civicamente, in Sicilia, non è facile, è un rischio che dobbiamo correre.

Infine ecco la piazza, come non l’avremmo mai immaginata quando abbiamo iniziato a lottare per chiuderla al traffico, e per dare un nuovo senso al centro storico di Marzamemi.
Resta ancora tanto da fare e spero di avere altri vent’anni per dare un contributo più generoso e intenso al mio paese. Spero, soprattutto, nei prossimi vent’anni, di realizzare un mio sogno: un progetto a lungo termine contro le povertà culturali, a sostegno dei bambini e delle donne della mia terra. Sono stata una ragazza interrotta e fragile sotto tanti punti di vista: ne porto i segni e non lo dimenticherò mai.

So che potrò contare su ciascuno di voi, sulla amorevole cura e attenzione con cui mi avete condotta fin qui.
Con riconoscenza, grazie.

Barbara

 

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